PREMESSA
Stamattina Samira ha osservato che il nome del blog è un po' di parte, essendo totalmente assente qualsiasi riferimento alla sottoscritta. Diciamo che "giustamente" Thor ha fatto notare che con il mio cognome non è che si potesse giocare molto e qui la fantasia yemeno-tedesca di Samira è uscita proponendo per il mio prossimo blog il nome che da il titolo a questo post. Che ne dite? Il sondaggio ha inizio.
Stamattina Samira ha osservato che il nome del blog è un po' di parte, essendo totalmente assente qualsiasi riferimento alla sottoscritta. Diciamo che "giustamente" Thor ha fatto notare che con il mio cognome non è che si potesse giocare molto e qui la fantasia yemeno-tedesca di Samira è uscita proponendo per il mio prossimo blog il nome che da il titolo a questo post. Che ne dite? Il sondaggio ha inizio.
Ieri mattina sono arrivati due studenti nuovi, così abbiamo superato il limite massimo dello scuola bus e ora vengono a prenderci con un van piuttosto datato ma con un guido nuovo molto simpatico che parla un sacco, soprattutto con l'eletto che si siede davanti di fianco a lui. Ho scoperto che si chiama Muhammad - tanto per non sbagliare - e oggi ha portato a noi fanciulle un hijab a testa: "Ma dobbiamo metterlo qui in macchina?!" "La, la, hadha hadiyya lakum, è solo un regalo". Sempre perché i musulmani sono dei mostri orrendi che vogliono rubarci il lavoro, rubarci le donne, rubarci i bambini (o mangiarli?), farci saltare in aria e via discorrendo.
Le due novità giungono direttamente dall'Iraq, uno da Baghdad e la ragazza da Basra, dove vivono e lavorano da ormai un discreto numero di anni. La mia dolce madre, a sapere la notizia, non ha mancato di sottolineare che "quindi voi [Thor e io] siete i più banali". Piezz' e cor' si dice da qualche parte. E comunque in effetti si, ti senti (o almeno questa è la mia sensazione) un po' uno sfigato a sentire cosa fanno gli altri, le esperienze, i lavori, gli studi, i viaggi, tutto. Non ho incontrato molti italiani con un bagaglio simile a queste persone, quindi mi consolo auto-convincendomi che si tratta di una questione culturale, tradizionale, che noi italiani non siamo tagliati per questo tipo di vita.
Loro la fanno facile, soprattutto la ragazza che ammette sia una vita dura, ma più per come passa le giornate (chiusa in camera a leggere e scrivere tutto il giorno) che altro. A quanto pare Basra e tutto il sud dell'Iraq sono tranquilli, non succede niente di speciale "solo qualche auto bomba una volta ogni 2-3 mesi", ma tanto loro vivono nel compound militare quindi non ne sentono molto gli effetti. Magra consolazione.
In ogni caso è meraviglioso trovarsi in questo ambiente, trascorrere del tempo davanti a una tazza di thè ad ascoltare le storie di tutti, disquisire su una regola di grammatica o sulla possibilità di tornare in Siria, sentir parlare 3/4 lingue diverse, passare dall'italiano allo spagnolo, dall'inglese all'arabo - questo fuori da scuola è usato solo per chiarimenti e supporto nei compiti altrimenti si rischia la flagellazione.
Ieri sera poi si è svolto un bellissimo episodio di convivenza: siccome John è un estimatore del terribile e temibile pesto di Jamie Oliver che ad agosto avevo avuto la malaugurata idea di comprare, avevo deciso di fargli provare il pesto che mi ero portata da casa. Così alle 9 iniziamo a cucinare i fusilli Rummo, anche quelli da Torino, e mentre quelli cuociono ci viene a far visita Muhammad (si, anche lui si chiama così), il maestro di calligrafia: "ya akhy! kifak? kif waladuk? Come stai, come sta tuo figlio? Stiamo cucinando la pasta italiana, vuoi assaggiarla?" "Perchè no". Aggiungi un posto a tavola, siamo due italiani, un inglese, un ceco e un omanita a mangiare fusilli al dente, hamburger gentilmente preparati da John, pane del ristorante siriano sotto casa e per mantenere la linea mediterranea Erik ha portato le olive. Hanno detto che era tutto buono, che poi abbiano apprezzato davvero non so però anche questa è una di quelle cose che mi mancheranno tanto a Torino.
Per quanto riguarda gli studi e per tranquillizzare tutti quelli che dubitano del nostro impegno e ridono ogni volta che si dice "vado in Oman a studiare" o in qualsiasi altro posto al mondo, sappiate che in questi giorni stiamo parlando molto di quello che sta succedendo in Europa, e siccome l'inglese è praticamente mamnu‘ (proibito) a scuola stiamo imparando a dire in arabo tutti i termini relativi a "terrorismo" "attacco" "suicidi" "bombe" "esplosioni" "profughi" "rifugiati", il lessico delle armi, quello dei sentimenti che si scatenano in questi momenti, e sebbene le frasi messe insieme sono ancora piuttosto semplici, è una gran bella soddisfazione riuscire a parlare di un simile argomento in una lingua che non sia l'inglese.
Inoltre stiamo lentamente imparando a leggere i giornali, che sembra una boiata, ma oltre al lessico ovviamente non quotidiano, i caratteri sono microscopici.
Comunque gli studi interessano a pochi e risulta anche noioso andare avanti a parlare di cosa impariamo e via dicendo, quindi chiudo qui la sezione "Apprendimento".
Sabato siamo andati al wadi e al villaggio di Sultan. Alle 8 di mattina un enorme school bus di vecchia data è venuto a prenderci e, dopo un stop per un karak sulla strada e un'ora a parlare di quello che poche ore prima aveva sconvolto la comunità internazionale, arriviamo a destinazione. Sultan è uno dei personaggi più importanti e conosciuti a Ibri e dintorni e così anche suo padre. Per alimentare gli immaginari orientalisti, vi racconto che Sayyed Sa‘id era carovaniere, si spostava coi cammelli da una parte all'altra della regione. Poi si è fermato a Muscat per qualche tempo, finché non è tornato nel suo villaggio natale che si trova vicino a Yanqul - una delle 3 città della regione az-Zahira di cui fanno parte Ibri e Dank. Sultan fa parte della famiglia dei Farsi, ed essendo praticamente l'unica tribù della zona, il villaggio prende il suo nome: qariat zaahir al-Fawaris, ovvero "il villaggio della apparizione dei Farsi". "Apparizione" perché in effetti sono stati loro a fondarlo tanto tempo fa, dopo che hanno abbandonato quello tra le montagne in cui vivevano prima.
Parcheggiato lo scuola bus, ci siamo avviati verso il wadi lungo - anzi sopra - i falaji, i canali che portavano e tutt'ora portano l'acqua al villaggio. Dopo un po' abbiamo dovuto toglierci le scarpe per attraversare i torrenti d'acqua che si erano formati dalle recenti piogge e alla fine Sultan ci dice "chi vuole attraversare questo sappia che l'acqua è piuttosto alta". Ci siamo bloccati tutti sulla riva, osservando come avrebbe camminato su tutta quell'acqua che saliva sempre di più: le caviglie, le ginocchia, la pancia...finché del nostro capo non si vedeva che la kimmah - il cappello. Eh vabbè...pochi saggi tra di noi si erano messi il costume, e così via i vestiti e dritti verso l'acqua che però era decisamente più fresca del previsto, anche se poi dentro si stava benissimo. Sultan con la sua dishdasha, la kimmah e i sandali si tuffava dalle rocce sopra le nostre teste.
Dopo un po' siamo tornati indietro, diretti stavolta alla fattoria di Sayyed Sa‘id, dove ci stavano aspettando Samira e i suoi 4 figli per mangiare. Qui il pranzo inizia con la frutta: nel majlis - che corrisponde un po' al nostro salone - arrivano due bei vassoi carichi di uva, mele, banane, arance, pere, gli immancabili datteri (ora secchi perché è finita la stagione di quelli freschi) e ovviamente il caffè omanita. I nostri anfitrioni ci hanno portato a visitare la fattoria che è grandissima e molto bella, con tanti alberi da frutto e animali (mucche, capre, pecore, galline e conigli), ci sono persino i cammelli, quasi tutte femmine fatta eccezione per i cuccioli e un maschio tenuto in disparte perché è sempre su di giri per cui è meglio non avvicinarvisi troppo.
Quando siamo rientrati in casa c'erano due piatti giganti di riso e pollo yemenita che aspettavano di essere divorati, rigorosamente con le mani e rigorosamente seduti per terra.
Finito il pranzo e dopo una lunga digestione intrattenendo i bambini, Sultan arriva con l'inceso: è il momento di salutare e tornare indietro*. Con questo si è conclusa la nostra giornata e chiudo il post che mi sembra piuttosto lungo oggi.
Alla prossima,
Cecilia
* Portare agli ospiti il vaso con l'incenso che brucia è il modo educato per invitarli ad andarsene. Gli uomini posano il vaso a terra e ci si mettono sopra con la dishdasha che lo copre in modo da profumarla tutta, mentre le donne si "tirano" addosso i fumi, sempre per profumare gli abiti.
Loro la fanno facile, soprattutto la ragazza che ammette sia una vita dura, ma più per come passa le giornate (chiusa in camera a leggere e scrivere tutto il giorno) che altro. A quanto pare Basra e tutto il sud dell'Iraq sono tranquilli, non succede niente di speciale "solo qualche auto bomba una volta ogni 2-3 mesi", ma tanto loro vivono nel compound militare quindi non ne sentono molto gli effetti. Magra consolazione.
In ogni caso è meraviglioso trovarsi in questo ambiente, trascorrere del tempo davanti a una tazza di thè ad ascoltare le storie di tutti, disquisire su una regola di grammatica o sulla possibilità di tornare in Siria, sentir parlare 3/4 lingue diverse, passare dall'italiano allo spagnolo, dall'inglese all'arabo - questo fuori da scuola è usato solo per chiarimenti e supporto nei compiti altrimenti si rischia la flagellazione.
Ieri sera poi si è svolto un bellissimo episodio di convivenza: siccome John è un estimatore del terribile e temibile pesto di Jamie Oliver che ad agosto avevo avuto la malaugurata idea di comprare, avevo deciso di fargli provare il pesto che mi ero portata da casa. Così alle 9 iniziamo a cucinare i fusilli Rummo, anche quelli da Torino, e mentre quelli cuociono ci viene a far visita Muhammad (si, anche lui si chiama così), il maestro di calligrafia: "ya akhy! kifak? kif waladuk? Come stai, come sta tuo figlio? Stiamo cucinando la pasta italiana, vuoi assaggiarla?" "Perchè no". Aggiungi un posto a tavola, siamo due italiani, un inglese, un ceco e un omanita a mangiare fusilli al dente, hamburger gentilmente preparati da John, pane del ristorante siriano sotto casa e per mantenere la linea mediterranea Erik ha portato le olive. Hanno detto che era tutto buono, che poi abbiano apprezzato davvero non so però anche questa è una di quelle cose che mi mancheranno tanto a Torino.
Per quanto riguarda gli studi e per tranquillizzare tutti quelli che dubitano del nostro impegno e ridono ogni volta che si dice "vado in Oman a studiare" o in qualsiasi altro posto al mondo, sappiate che in questi giorni stiamo parlando molto di quello che sta succedendo in Europa, e siccome l'inglese è praticamente mamnu‘ (proibito) a scuola stiamo imparando a dire in arabo tutti i termini relativi a "terrorismo" "attacco" "suicidi" "bombe" "esplosioni" "profughi" "rifugiati", il lessico delle armi, quello dei sentimenti che si scatenano in questi momenti, e sebbene le frasi messe insieme sono ancora piuttosto semplici, è una gran bella soddisfazione riuscire a parlare di un simile argomento in una lingua che non sia l'inglese.
Inoltre stiamo lentamente imparando a leggere i giornali, che sembra una boiata, ma oltre al lessico ovviamente non quotidiano, i caratteri sono microscopici.
Comunque gli studi interessano a pochi e risulta anche noioso andare avanti a parlare di cosa impariamo e via dicendo, quindi chiudo qui la sezione "Apprendimento".
Sabato siamo andati al wadi e al villaggio di Sultan. Alle 8 di mattina un enorme school bus di vecchia data è venuto a prenderci e, dopo un stop per un karak sulla strada e un'ora a parlare di quello che poche ore prima aveva sconvolto la comunità internazionale, arriviamo a destinazione. Sultan è uno dei personaggi più importanti e conosciuti a Ibri e dintorni e così anche suo padre. Per alimentare gli immaginari orientalisti, vi racconto che Sayyed Sa‘id era carovaniere, si spostava coi cammelli da una parte all'altra della regione. Poi si è fermato a Muscat per qualche tempo, finché non è tornato nel suo villaggio natale che si trova vicino a Yanqul - una delle 3 città della regione az-Zahira di cui fanno parte Ibri e Dank. Sultan fa parte della famiglia dei Farsi, ed essendo praticamente l'unica tribù della zona, il villaggio prende il suo nome: qariat zaahir al-Fawaris, ovvero "il villaggio della apparizione dei Farsi". "Apparizione" perché in effetti sono stati loro a fondarlo tanto tempo fa, dopo che hanno abbandonato quello tra le montagne in cui vivevano prima.
Parcheggiato lo scuola bus, ci siamo avviati verso il wadi lungo - anzi sopra - i falaji, i canali che portavano e tutt'ora portano l'acqua al villaggio. Dopo un po' abbiamo dovuto toglierci le scarpe per attraversare i torrenti d'acqua che si erano formati dalle recenti piogge e alla fine Sultan ci dice "chi vuole attraversare questo sappia che l'acqua è piuttosto alta". Ci siamo bloccati tutti sulla riva, osservando come avrebbe camminato su tutta quell'acqua che saliva sempre di più: le caviglie, le ginocchia, la pancia...finché del nostro capo non si vedeva che la kimmah - il cappello. Eh vabbè...pochi saggi tra di noi si erano messi il costume, e così via i vestiti e dritti verso l'acqua che però era decisamente più fresca del previsto, anche se poi dentro si stava benissimo. Sultan con la sua dishdasha, la kimmah e i sandali si tuffava dalle rocce sopra le nostre teste.
Sultan e i falaji
Falaji
Dopo un po' siamo tornati indietro, diretti stavolta alla fattoria di Sayyed Sa‘id, dove ci stavano aspettando Samira e i suoi 4 figli per mangiare. Qui il pranzo inizia con la frutta: nel majlis - che corrisponde un po' al nostro salone - arrivano due bei vassoi carichi di uva, mele, banane, arance, pere, gli immancabili datteri (ora secchi perché è finita la stagione di quelli freschi) e ovviamente il caffè omanita. I nostri anfitrioni ci hanno portato a visitare la fattoria che è grandissima e molto bella, con tanti alberi da frutto e animali (mucche, capre, pecore, galline e conigli), ci sono persino i cammelli, quasi tutte femmine fatta eccezione per i cuccioli e un maschio tenuto in disparte perché è sempre su di giri per cui è meglio non avvicinarvisi troppo.
The babies
Babies love snuggles
Finito il pranzo e dopo una lunga digestione intrattenendo i bambini, Sultan arriva con l'inceso: è il momento di salutare e tornare indietro*. Con questo si è conclusa la nostra giornata e chiudo il post che mi sembra piuttosto lungo oggi.
Incenso
Alla prossima,
Cecilia
* Portare agli ospiti il vaso con l'incenso che brucia è il modo educato per invitarli ad andarsene. Gli uomini posano il vaso a terra e ci si mettono sopra con la dishdasha che lo copre in modo da profumarla tutta, mentre le donne si "tirano" addosso i fumi, sempre per profumare gli abiti.






Invidia... Io sono bloccato nel classico ufficio da architetti a tirare linee! Salutatemi i cammelli :)
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