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mercoledì 18 novembre 2015

Tarantella in Oman

PREMESSA
Stamattina Samira ha osservato che il nome del blog è un po' di parte, essendo totalmente assente qualsiasi riferimento alla sottoscritta. Diciamo che "giustamente" Thor ha fatto notare che con il mio cognome non è che si potesse giocare molto e qui la fantasia yemeno-tedesca di Samira è uscita proponendo per il mio prossimo blog il nome che da il titolo a questo post. Che ne dite? Il sondaggio ha inizio.

Ieri mattina sono arrivati due studenti nuovi, così abbiamo superato il limite massimo dello scuola bus e ora vengono a prenderci con un van piuttosto datato ma con un guido nuovo molto simpatico che parla un sacco, soprattutto con l'eletto che si siede davanti di fianco a lui. Ho scoperto che si chiama Muhammad - tanto per non sbagliare - e oggi ha portato a noi fanciulle un hijab a testa: "Ma dobbiamo metterlo qui in macchina?!" "La, la, hadha hadiyya lakum, è solo un regalo". Sempre perché i musulmani sono dei mostri orrendi che vogliono rubarci il lavoro, rubarci le donne, rubarci i bambini (o mangiarli?), farci saltare in aria e via discorrendo. 
Le due novità giungono direttamente dall'Iraq, uno da Baghdad e la ragazza da Basra, dove vivono e lavorano da ormai un discreto numero di anni. La mia dolce madre, a sapere la notizia, non ha mancato di sottolineare che "quindi voi [Thor e io] siete i più banali". Piezz' e cor' si dice da qualche parte. E comunque in effetti si, ti senti (o almeno questa è la mia sensazione) un po' uno sfigato a sentire cosa fanno gli altri, le esperienze, i lavori, gli studi, i viaggi, tutto. Non ho incontrato molti italiani con un bagaglio simile a queste persone, quindi mi consolo auto-convincendomi che si tratta di una questione culturale, tradizionale, che noi italiani non siamo tagliati per questo tipo di vita. 
Loro la fanno facile, soprattutto la ragazza che ammette sia una vita dura, ma più per come passa le giornate (chiusa in camera a leggere e scrivere tutto il giorno) che altro. A quanto pare Basra e tutto il sud dell'Iraq sono tranquilli, non succede niente di speciale "solo qualche auto bomba una volta ogni 2-3 mesi", ma tanto loro vivono nel compound militare quindi non ne sentono molto gli effetti. Magra consolazione.
In ogni caso è meraviglioso trovarsi in questo ambiente, trascorrere del tempo davanti a una tazza di thè ad ascoltare le storie di tutti, disquisire su una regola di grammatica o sulla possibilità di tornare in Siria, sentir parlare 3/4 lingue diverse, passare dall'italiano allo spagnolo, dall'inglese all'arabo - questo fuori da scuola è usato solo per chiarimenti e supporto nei compiti altrimenti si rischia la flagellazione. 
Ieri sera poi si è svolto un bellissimo episodio di convivenza: siccome John è un estimatore del terribile e temibile pesto di Jamie Oliver che ad agosto avevo avuto la malaugurata idea di comprare, avevo deciso di fargli provare il pesto che mi ero portata da casa. Così alle 9 iniziamo a cucinare i fusilli Rummo, anche quelli da Torino, e mentre quelli cuociono ci viene a far visita Muhammad (si, anche lui si chiama così), il maestro di calligrafia: "ya akhy! kifak? kif waladuk? Come stai, come sta tuo figlio? Stiamo cucinando la pasta italiana, vuoi assaggiarla?" "Perchè no". Aggiungi un posto a tavola, siamo due italiani, un inglese, un ceco e un omanita a mangiare fusilli al dente, hamburger gentilmente preparati da John, pane del ristorante siriano sotto casa e per mantenere la linea mediterranea Erik ha portato le olive. Hanno detto che era tutto buono, che poi abbiano apprezzato davvero non so però anche questa è una di quelle cose che mi mancheranno tanto a Torino.

Per quanto riguarda gli studi e per tranquillizzare tutti quelli che dubitano del nostro impegno e ridono ogni volta che si dice "vado in Oman a studiare" o in qualsiasi altro posto al mondo, sappiate che in questi giorni stiamo parlando molto di quello che sta succedendo in Europa, e siccome l'inglese è praticamente mamnu‘ (proibito) a scuola stiamo imparando a dire in arabo tutti i termini relativi a "terrorismo" "attacco" "suicidi" "bombe" "esplosioni" "profughi" "rifugiati", il lessico delle armi, quello dei sentimenti che si scatenano in questi momenti, e sebbene le frasi messe insieme sono ancora piuttosto semplici, è una gran bella soddisfazione riuscire a parlare di un simile argomento in una lingua che non sia l'inglese. 
Inoltre stiamo lentamente imparando a leggere i giornali, che sembra una boiata, ma oltre al lessico ovviamente non quotidiano, i caratteri sono microscopici.
Comunque gli studi interessano a pochi e risulta anche noioso andare avanti a parlare di cosa impariamo e via dicendo, quindi chiudo qui la sezione "Apprendimento".

Sabato siamo andati al wadi e al villaggio di Sultan. Alle 8 di mattina un enorme school bus di vecchia data è venuto a prenderci e, dopo un stop per un karak sulla strada e un'ora a parlare di quello che poche ore prima aveva sconvolto la comunità internazionale, arriviamo a destinazione. Sultan è uno dei personaggi più importanti e conosciuti a Ibri e dintorni e così anche suo padre. Per alimentare gli immaginari orientalisti, vi racconto che Sayyed Sa‘id era carovaniere, si spostava coi cammelli da una parte all'altra della regione. Poi si è  fermato a Muscat per qualche tempo, finché non è tornato nel suo villaggio natale che si trova vicino a Yanqul - una delle 3 città della regione az-Zahira di cui fanno parte Ibri e Dank. Sultan fa parte della famiglia dei Farsi, ed essendo praticamente l'unica tribù della zona, il villaggio prende il suo nome: qariat zaahir al-Fawaris, ovvero "il villaggio della apparizione dei Farsi". "Apparizione" perché in effetti sono stati loro a fondarlo tanto tempo fa, dopo che hanno abbandonato quello tra le montagne in cui vivevano prima. 
Parcheggiato lo scuola bus, ci siamo avviati verso il wadi lungo - anzi sopra - i falaji, i canali che portavano e tutt'ora portano l'acqua al villaggio. Dopo un po' abbiamo dovuto toglierci le scarpe per attraversare i torrenti d'acqua che si erano formati dalle recenti piogge e alla fine Sultan ci dice "chi vuole attraversare questo sappia che l'acqua è piuttosto alta". Ci siamo bloccati tutti sulla riva, osservando come avrebbe camminato su tutta quell'acqua che saliva sempre di più: le caviglie, le ginocchia, la pancia...finché del nostro capo non si vedeva che la kimmah - il cappello. Eh vabbè...pochi saggi tra di noi si erano messi il costume, e così via i vestiti e dritti verso l'acqua che però era decisamente più fresca del previsto, anche se poi dentro si stava benissimo. Sultan con la sua dishdasha, la kimmah e i sandali si tuffava dalle rocce sopra le nostre teste. 


Sultan e i falaji

Falaji

Dopo un po' siamo tornati indietro, diretti stavolta alla fattoria di Sayyed Sa‘id, dove ci stavano aspettando Samira e i suoi 4 figli per mangiare. Qui il pranzo inizia con la frutta: nel majlis - che corrisponde un po' al nostro salone - arrivano due bei vassoi carichi di uva, mele, banane, arance, pere, gli immancabili datteri (ora secchi perché è finita la stagione di quelli freschi) e ovviamente il caffè omanita. I nostri anfitrioni ci hanno portato a visitare la fattoria che è grandissima e molto bella, con tanti alberi da frutto e animali (mucche, capre, pecore, galline e conigli), ci sono persino i cammelli, quasi tutte femmine fatta eccezione per i cuccioli e un maschio tenuto in disparte perché è sempre su di giri per cui è meglio non avvicinarvisi troppo. 

The babies

Babies love snuggles

Quando siamo rientrati in casa c'erano due piatti giganti di riso e pollo yemenita che aspettavano di essere divorati, rigorosamente con le mani e rigorosamente seduti per terra. 

Finito il pranzo e dopo una lunga digestione intrattenendo i bambini, Sultan arriva con l'inceso: è il momento di salutare e tornare indietro*. Con questo si è conclusa la nostra giornata e chiudo il post che mi sembra piuttosto lungo oggi.



Incenso

Alla prossima,
Cecilia


* Portare agli ospiti il vaso con l'incenso che brucia è il modo educato per invitarli ad andarsene. Gli uomini posano il vaso a terra e ci si mettono sopra con la dishdasha che lo copre in modo da profumarla tutta, mentre le donne si "tirano" addosso i fumi, sempre per profumare gli abiti.




venerdì 13 novembre 2015

رجعنا

Da qualche giorno siamo nuovamente in terra omanita: Ibri è come l'abbiamo lasciata due mesi fa, solo con una decina di gradi in meno per cui è vivibile e si riesce anche a uscire per fare una passeggiata.
Anche il geco che mi aveva fatto visita è ancora nei paraggi, ma stavolta si è limitato a salutarmi dalla finestra. 





In compenso ho trovato due blatte in casa, di quelle lunghe, marroni con le antenne chilometriche e una ha pensato bene di saltarmi addosso e credo che tutto il palazzo Ooreedoo abbia sentito le mie urla...





Ho cambiato casa, non sono più nell'appartamento gigante numero 4, ma nel 3, più piccolino ma con una cucina e un salone molto carini. 

Divido la stanza con Sonia, una ragazza di Berne, nella stanza a fianco c'è Sara dalla Germania e domenica dovrebbe arrivare Martha da non so dove. 
Anche Thor ha cambiato appartamento, forse è stato un po' meno fortunato di me in quanto all'alloggio, anche se camera sua è enorme e ha una bella finestra grande come la parete da cui la moschea sembra quasi entrare e invadere tutto lo spazio disponibile. 


John the weirdo è ancora qua, 9 mesi in questo "buco polveroso" a mangiare riso e pollo 5 giorni alla settimana. Ma è in forma e non sembra essere andato fuori di melone!

La scuola è al completo e sul nostro scuolabus non ci sono più posti a sedere: in totale siamo in 10, divisi in 3/4 livelli diversi. Inaspettatamente c'è anche Simone, il nostro prof di dialettologia che ci aveva saggiamente consigliato questo posto, così siamo 3 italiani, 1 svizzera, 1 austriaco, 3 tedeschi, 1 inglese, 1 australiano, 1 ceco + due in arrivo da non so dove.
Come sempre in questi casi, tutti hanno una storia incredibile da raccontare, per esempio l'austriaco parla 11 lingue (6 perfettamente, 5 molto bene), ha iniziato con l'arabo 6 mesi fa facendo volontariato con i rifugiati e ora lo parla benissimo pur non avendolo mai studiato (e qui a me sale l'ira funesta!). La mia roommate ha vissuto in un numero imprecisato di paesi, passando dall'Australia al Canada, dagli Usa all'Africa, dalla Grecia alla Svizzera. 


Il viaggio è stato meno traumatico dell'altra volta: un bel volo diretto della OmanAir da Milano ci ha lasciati a Muscat dopo 6 ore. Devo dire però che volare con Lufthansa è meglio, soprattutto in termini di cibo e hostess, perché quelle della OmanAir correvano su e giù come delle matte e sembrava non sapessero bene cosa fare, soprattutto quando il pilota ha avvisato di possibili turbolenze, cosicché a me è salita l'ansia e non ho dormito...

Una volta arrivati a Muscat avevamo 2/3 di attesa prima che Omar arrivasse a prenderci, così ci siamo concessi un'ottima colazione da Costa, che onestamente non delude mai.


Una volta arrivati tutti, siamo partiti alla volta di Ibri, a due ore e mezza da Muscat, tra il sonno e i morsi della fame che si facevano sentire ad ogni sobbalzo del pullmino. Al nostro amato palazzo Ooreedoo c'era il mitico Sultan che ci aspettava con una paccata di bibite e shawarma per tutti - sia benedetto! 
Alla sera eravamo invitati al buon vecchio Aroos Dimashq, il vicino ristorante siriano, per una cena conviviale tutti insieme. E lì ho visto lei, la luce dei miei occhi, con la sua abaya nera lunga fino a terra: la mia adorata Latifah! è bella come sempre, mi ha detto che i capelli le sono un po' cresciuti da quando siamo andate al centro estetico, chissà se riuscirò a vederglieli bene stavolta. 

Il giorno successivo è iniziato alle 7.30: sveglia, doccia, biscotto, vestiti e giù, tutti sul pullmino. Ci hanno portato subito a scuola, ma dopo poco siamo andati a vedere il mercato degli animali che è proprio di fronte. In realtà non è un mercato, è un'asta. Qui è ancora un metodo di compravendita molto diffuso: si inizia il mattino presto con l'asta dei datteri, segue quella della frutta e verdura e si finisce con quella degli animali. I beduini arrivano con le loro bestie sui pick up: capre, pecore ma anche cammelli e mucche. L'asta si svolge in uno spazio coperto, con la ghiaia a terra su cui si siedono i venditori e gli acquirenti. Nel centro si fanno sfilare gli animali, uno dietro l'altro e uno urla i loro prezzi. Uno degli angoli è destinato alle donne, quasi tutte beduine, con le loro maschere da cavalieri. Sono molto attente quando comprano un animale: esaminano i denti, le gambe, i genitali,..
Questa è una delle poche occasioni in cui gli omaniti pagano le tasse: quando comprano un animale infatti - ma probabilmente qualsiasi altro prodotto messo all'asta - una piccola percentuale del prezzo (credo il 5/8%) va allo stato. Se vi interessano i prezzi, una capra può costare 150/200 OMR, ma il prezzo arriva al doppio subito prima dell'Eid al-Adha, la festa del sacrificio. 

Dopo l'asta, siamo andati al negozio di datteri, dove ci hanno spiegato tutto sui datteri, quello che si può produrre, in che maniera, eccetera, un po' come Buba coi gamberi. Il negozio è fornitissimo, il proprietario ci ha offerto caffè omanita e dolcetti di datteri al sesamo - buonissimi. Grazie e arrivederci, è ora di visitare il castello di Ibri, su cui non scriverò nulla perché non c'è molto da dire se non che è un bel castellozzo, tutto ristrutturato, risalente a circa 400 anni fa, con una delle moschee più antiche dell'Oman ancora utilizzata settimanalmente per la grande preghiera del venerdì.

Dopo un giro al vecchio suq, siamo tornati a scuola per fare il placement test, che, con terrore di tutti e a differenza dell'altra volta, conteneva anche una prova di speaking O_O

Giovedì, che poi era ieri, abbiamo iniziato le lezioni vere e proprie e poi..."finalmente" il week end! Domani dovremmo andare al villaggio di Sultan e al wadi, speriamo di fare il bagno. 

A seguire, qualche foto degli ultimi giorni.

A presto,

Cecilia.

Come sopravvivere un mese senza dolci.

 Sul Sadem Torino-Malpensa

 Non ci sono paragoni.

 5 euro di pizza pre volo.

 Comitiva di anzianotti biellesi in gita al Salalah resort.

"Si avvisano i signori passeggeri che stiamo iniziando 
l'atterraggio all'aeroporto di Muscat"

Risolto il problema delle prese.

 L'outfit ultra formale omanita, che prevede la cintura 
con il pugnale (khanjar) sopra la dishdasha.

venerdì 7 agosto 2015

The Hill of Love

Questa è la colonna sonora per stasera: https://www.youtube.com/watch?v=W9_nXlvY6Io. C'è proprio amore nell'aria nel palazzo Ooredoo. Purtroppo non posso dare dettagli. Ma sono certa che qualcosa stia succedendo sul tetto, proprio sopra la mia testa. 

Oggi è venerdì e qui era tutto chiuso fino a tardi quindi siamo rimasti a casa a studiare. È stata una giornata mediocre finché Thor non riceve la migliore delle notizie: c'è una squadretta di calcio qui e il suo coinquilino gli ha detto di unirsi a loro. Due volte alla settimana sotto una media di 40° gradi. Ma lui è contentissimo così: contento di giocare all'aperto, con folli temperature, in un campo fatto di terra e sassi, con dei rudi arabi del deserto che pare non parlino neanche inglese. Vedremo quanto resiste.

Abbiamo cenato al Turkish Mat'am e Thor ha mangiato quello che sarebbe considerato il suo primo kebab, solo che qui si chiama shawarma ed è molto più piccolo e più buono di quello che si mangia in Italia. Tant'è che gli è piaciuto e se ne è fatto preparare un secondo tre volte più grosso del primo.

Stà senza pensier', mangio tutto!

Seduti accanto a noi c'erano tre ragazzi con il baffetto nascente e le lunghe tuniche bianche che ci fissavano di tanto in tanto, forse perché il mio accompagnatore aveva i pantaloni corti, o forse perché eravamo un maschio e una femmina  insieme dopo le 21. Fatto sta che dopo aver avanzato 3/4 della loro cena, si alzano e si dirigono verso il solito macchinone bianco, coi fari spenti, diretti chissà dove. Evidentemente non avevano 12 anni come pensavo. 

Dopo cena ci hanno raggiunti i nostri coinquilini Claire, Saxon e Johnathan e con loro siamo andati in cima alla collina che sovrasta la città. È una passeggiata di circa 40 minuti in mezzo a villette che sembrano disabitate ma da cui escono profumi inebrianti di cibo e pulito. Dopo un po' le villette finiscono e si iniziano a vedere auto parcheggiate, una qua, una poco più avanti, una a destra verso la città, un'altra a sinistra verso le montagne: alcuni dei passeggeri sono fuori, seduti per terra, a parlare o forse a giocare a carte o semplicemente a godersi il nulla. Altri invece sembra che abbiano abbandonato la loro macchina lì ed è in questo momento che John si gira e ci dice: "Volete sapere una storia su questa collina?" E io ho pensato "cavolo certo che voglio sentire una storia! Siamo in Medio Oriente, nel deserto, in una cittadina che si chiama "passaggio" vuoi che non ci sia una magica storia su questa montagnola?". E John disse: "Questa è chiamata la Collina dell'Amore". Guardando intorno a me le macchine parcheggiate ho capito che di romantico c'era ben poco e che potevo dimenticarmi la magica storia di una magica collina deserta. 
 
Piccola mantide e omanita su di muro tornando a casa dalla collina dell'amore.
Cecilia