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venerdì 13 novembre 2015

رجعنا

Da qualche giorno siamo nuovamente in terra omanita: Ibri è come l'abbiamo lasciata due mesi fa, solo con una decina di gradi in meno per cui è vivibile e si riesce anche a uscire per fare una passeggiata.
Anche il geco che mi aveva fatto visita è ancora nei paraggi, ma stavolta si è limitato a salutarmi dalla finestra. 





In compenso ho trovato due blatte in casa, di quelle lunghe, marroni con le antenne chilometriche e una ha pensato bene di saltarmi addosso e credo che tutto il palazzo Ooreedoo abbia sentito le mie urla...





Ho cambiato casa, non sono più nell'appartamento gigante numero 4, ma nel 3, più piccolino ma con una cucina e un salone molto carini. 

Divido la stanza con Sonia, una ragazza di Berne, nella stanza a fianco c'è Sara dalla Germania e domenica dovrebbe arrivare Martha da non so dove. 
Anche Thor ha cambiato appartamento, forse è stato un po' meno fortunato di me in quanto all'alloggio, anche se camera sua è enorme e ha una bella finestra grande come la parete da cui la moschea sembra quasi entrare e invadere tutto lo spazio disponibile. 


John the weirdo è ancora qua, 9 mesi in questo "buco polveroso" a mangiare riso e pollo 5 giorni alla settimana. Ma è in forma e non sembra essere andato fuori di melone!

La scuola è al completo e sul nostro scuolabus non ci sono più posti a sedere: in totale siamo in 10, divisi in 3/4 livelli diversi. Inaspettatamente c'è anche Simone, il nostro prof di dialettologia che ci aveva saggiamente consigliato questo posto, così siamo 3 italiani, 1 svizzera, 1 austriaco, 3 tedeschi, 1 inglese, 1 australiano, 1 ceco + due in arrivo da non so dove.
Come sempre in questi casi, tutti hanno una storia incredibile da raccontare, per esempio l'austriaco parla 11 lingue (6 perfettamente, 5 molto bene), ha iniziato con l'arabo 6 mesi fa facendo volontariato con i rifugiati e ora lo parla benissimo pur non avendolo mai studiato (e qui a me sale l'ira funesta!). La mia roommate ha vissuto in un numero imprecisato di paesi, passando dall'Australia al Canada, dagli Usa all'Africa, dalla Grecia alla Svizzera. 


Il viaggio è stato meno traumatico dell'altra volta: un bel volo diretto della OmanAir da Milano ci ha lasciati a Muscat dopo 6 ore. Devo dire però che volare con Lufthansa è meglio, soprattutto in termini di cibo e hostess, perché quelle della OmanAir correvano su e giù come delle matte e sembrava non sapessero bene cosa fare, soprattutto quando il pilota ha avvisato di possibili turbolenze, cosicché a me è salita l'ansia e non ho dormito...

Una volta arrivati a Muscat avevamo 2/3 di attesa prima che Omar arrivasse a prenderci, così ci siamo concessi un'ottima colazione da Costa, che onestamente non delude mai.


Una volta arrivati tutti, siamo partiti alla volta di Ibri, a due ore e mezza da Muscat, tra il sonno e i morsi della fame che si facevano sentire ad ogni sobbalzo del pullmino. Al nostro amato palazzo Ooreedoo c'era il mitico Sultan che ci aspettava con una paccata di bibite e shawarma per tutti - sia benedetto! 
Alla sera eravamo invitati al buon vecchio Aroos Dimashq, il vicino ristorante siriano, per una cena conviviale tutti insieme. E lì ho visto lei, la luce dei miei occhi, con la sua abaya nera lunga fino a terra: la mia adorata Latifah! è bella come sempre, mi ha detto che i capelli le sono un po' cresciuti da quando siamo andate al centro estetico, chissà se riuscirò a vederglieli bene stavolta. 

Il giorno successivo è iniziato alle 7.30: sveglia, doccia, biscotto, vestiti e giù, tutti sul pullmino. Ci hanno portato subito a scuola, ma dopo poco siamo andati a vedere il mercato degli animali che è proprio di fronte. In realtà non è un mercato, è un'asta. Qui è ancora un metodo di compravendita molto diffuso: si inizia il mattino presto con l'asta dei datteri, segue quella della frutta e verdura e si finisce con quella degli animali. I beduini arrivano con le loro bestie sui pick up: capre, pecore ma anche cammelli e mucche. L'asta si svolge in uno spazio coperto, con la ghiaia a terra su cui si siedono i venditori e gli acquirenti. Nel centro si fanno sfilare gli animali, uno dietro l'altro e uno urla i loro prezzi. Uno degli angoli è destinato alle donne, quasi tutte beduine, con le loro maschere da cavalieri. Sono molto attente quando comprano un animale: esaminano i denti, le gambe, i genitali,..
Questa è una delle poche occasioni in cui gli omaniti pagano le tasse: quando comprano un animale infatti - ma probabilmente qualsiasi altro prodotto messo all'asta - una piccola percentuale del prezzo (credo il 5/8%) va allo stato. Se vi interessano i prezzi, una capra può costare 150/200 OMR, ma il prezzo arriva al doppio subito prima dell'Eid al-Adha, la festa del sacrificio. 

Dopo l'asta, siamo andati al negozio di datteri, dove ci hanno spiegato tutto sui datteri, quello che si può produrre, in che maniera, eccetera, un po' come Buba coi gamberi. Il negozio è fornitissimo, il proprietario ci ha offerto caffè omanita e dolcetti di datteri al sesamo - buonissimi. Grazie e arrivederci, è ora di visitare il castello di Ibri, su cui non scriverò nulla perché non c'è molto da dire se non che è un bel castellozzo, tutto ristrutturato, risalente a circa 400 anni fa, con una delle moschee più antiche dell'Oman ancora utilizzata settimanalmente per la grande preghiera del venerdì.

Dopo un giro al vecchio suq, siamo tornati a scuola per fare il placement test, che, con terrore di tutti e a differenza dell'altra volta, conteneva anche una prova di speaking O_O

Giovedì, che poi era ieri, abbiamo iniziato le lezioni vere e proprie e poi..."finalmente" il week end! Domani dovremmo andare al villaggio di Sultan e al wadi, speriamo di fare il bagno. 

A seguire, qualche foto degli ultimi giorni.

A presto,

Cecilia.

Come sopravvivere un mese senza dolci.

 Sul Sadem Torino-Malpensa

 Non ci sono paragoni.

 5 euro di pizza pre volo.

 Comitiva di anzianotti biellesi in gita al Salalah resort.

"Si avvisano i signori passeggeri che stiamo iniziando 
l'atterraggio all'aeroporto di Muscat"

Risolto il problema delle prese.

 L'outfit ultra formale omanita, che prevede la cintura 
con il pugnale (khanjar) sopra la dishdasha.

venerdì 4 settembre 2015

Tonight cinema

Dopo due ore siamo liberi di andare: illegalmente, ma possiamo andare a al-Bureimi a vedere il film e a cenare, a patto di tornare entro mezzanotte. 
Sembra quasi la raccomandazione di una madre, invece si tratta della polizia di confine tra Oman e UEA, anche se in realtà il confine geografico è ben più in là rispetto a dove fermano per controllare i documenti. È andata così: erano due settimane che cercavamo di organizzare con Latifah e John di andare al cinema a al-Bureimi (e perché fin là? Perché a Ibri di cinema non ce n'è neanche mezzo), e finalmente ieri siamo riusciti a partire. Un viaggio di due ore per andare a vedere un film! Dopo un'ora e mezza di viaggio, Latifah ci guarda "ce l'avete il passaporto, no?" Passaporto? Per andare al cinema? Ovvio che no, chi è che se lo porta dietro per andare a vedere un film? Quelli furbi e quelli che si informano su dove è al-Bureimi. Questa amena cittadina infatti è esattamente metà in Oman e metà negli Emirati, quindi 20km prima di entrarci ci sono i posti di controllo. Che facciamo, torniamo indietro e spostiamo il tutto a domani? Ma siamo quasi arrivati magari se sorridiamo tanto ci fanno passare. Proviamo a sentire Sultan cosa dice. Assolutamente no, non vi faranno mai passare, tornateci domani. Vabbè dai proviamoci. 
E così arriviamo al punto di partenza: ai controlli, sorridiamo, spieghiamo che è stata una cosa dell'ultimo minuto, che non sapevamo niente, che andiamo solo al cinema, non vogliamo fuggire negli Emirati... Niente. La foto del mio passaporto non basta, vogliono che qualcuno gliela faxi e nemmeno gli va a genio la fotocopia di Thor. Il nostro ometto Khaled dalla barbetta perfettamente geometrica ci fa parcheggiare mentre si consulta con gli altri soldatini. Nel frattempo chiamiamo Sultan perché mandi via fax la prima pagina del mio passaporto. Arriva, non arriva, avete sbagliato numero, qui c'è l'altro. Dopo un po' Khaled ricompare con il boss dei controlli. È un bell'uomo ma ha l'aria seccata. "Conosciamo Sultan e la vostra scuola, molti studenti sono passati da qui, ma questa è la prima volta che qualcuno si presenta senza documenti". Ok Ciccio se io ho in testa di andare al cinema non penso che mi servirà il passaporto, mi dispiace, fa niente, andiamocene. "Questo è del tutto illegale, ma possiamo tenere la ID di Latifah come garanzia che tornerete entro mezzanotte, se fate qualcosa sarà interamente sua la responsabilità". Siamo d'accordo: non spaccheremo nulla, non distruggeremo il Lulu Mall dove si trova il cinema, non faremo niente di niente. E dopo due ore fermi ripartiamo. 
Al-Bureimi ci accoglie con vento cocente e sabbia proveniente da chissà quanti stati (una parte della città era anche in Arabia Saudita, poi hanno ristretto i confini). Abbiamo appena il tempo di rinfrescarci prima che inizi il film "The Man From The UNCLE". La sala sembra un freezer e anche se il film è bello non vedo l'ora di uscire per scaldarmi un po'. Una volta finito ci dirigiamo a casa di Latifah, dove 'Aisha e Rashid - i suoi genitori - ci aspettano per mangiare. 
La generosità omanita si mostra ancora una volta: pentoloni di pasta, pollo e riso alla yemenita, manshi egiziano, insalata e frutta, tutto in quantità pantagrueliche. Dopo la cena - rigorosamente a terra - ci spostiamo nel majlis per prendere dolci, datteri freschi, caffè omanita, karak e infuso alla menta. 
Con la pancia piena ripartiamo di corsa, sono quasi le 11 e entro mezzanotte dobbiamo passare il confine. 
Se sono qui a scrivere significa che ce l'abbiamo fatta: all'una passata siamo tutti nelle nostre stanze a goderci 6 splendide ore di sonno. 

venerdì 14 agosto 2015

Sayyed Salvador e Shish

11/08/2015
 
"E tu come ti chiami?" "Cecilia" "Puoi scriverlo alla lavagna?" "تشيتشيليا" "Ah! I nomi italiani sono troppo lunghi!" "In Siria mi chiamavano Shish, come il pollo" "Allora sarai Shish".
Questo è stato il primo scambio di battute tra me e l'adorabile Latifah. 
Il mio nome sarà stato troppo lungo, quello di Thor invece andava più che bene, addirittura ogni volta che si rivolge a lui lo chiama "Sayyed" che sarebbe come il nostro "signore". Sayyed Salvador.
 
Sayyed Salvador all'opera.
Latifah è adorabile, piccolina, con la "abaya" lunga e nera che la fa sembrare ancora più minuta. Ha due grandi occhi scuri incorniciati dal kajal che diventano spicchi di luna quando sorride. Applaude sempre quando finiamo di parlare o leggere o se rispondiamo a una domanda - bene o male, non importa, basta che parliamo - e ogni giorno ci porta un dolcino o una caramella o una mini bibita. 
 
I regali di Latifah.
 
Al gruppo iniziale si è aggiunto un nuovo arrivato, Bruce, così ora siamo in 9 in tutto e il pullmino per la scuola è pieno. 
Oggi ci hanno portato in visita al famoso Lulu, la più grande catena di supermercati che c'è da queste parti. Ci porta l'autista della scuola perché il posto è fuori città e non ci sono taxi per tornare indietro. Andare da Lulu per me è un po' come entrare in una specie di paese delle meraviglie e mi crea problemi trovare tutto il necessario per la settimana in soli venti minuti: qui vendono di tutto e finisco sempre per incantarmi davanti allo scaffale delle spezie o del riso, dei dolci  o dei formaggi. Purtroppo è caro, quindi possiamo permetterci solo le sottomarche dei prodotti più sgalfi, ma oggi abbiamo deciso di farci un piccolo regalino...
 
180gr di felicità.
Kurn fliks, i fiocchi del Sultano.
12/08/2015
 
Torniamo stravolti dalla gita in montagna che abbiamo fatto con la scuola. Sultan, Omar e Yusuf ci hanno portati a vedere il sole tramontare da un monte appena fuori la città, nella zona periferica dove sorgeva la vecchia Ibri. Per arrivare in cima si deve attraversare un quartiere abbandonato, dove le case di fango mezze distrutte si susseguono sulle pendici del monte.
 


 
Una volta superate, la salita si complica, ma siamo ripagati dai tantissimi fossili che si trovano per strada (persino dei nautilus integri).
Il panorama è mozzafiato: si vede tutta la città ma anche le montagne che la circondano e il deserto che si estende tutt'attorno. Qua e là chiazze verdi stanno a indicare la presenza di oasi o di qualche ricco omanita che può permettersi di avere abbastanza acqua da annaffiare delle piante.
Piccola preview salendo.
Non possiamo fermarci a vedere il sole nascondersi dietro le montagne perché il buio qui sopraggiunge immediatamente, quindi iniziamo a scendere, ignari di quel che avremmo fatto da lì a poco...
In pianura ci aspetta Mahmood, un ometto piccolino, tarchiatello, con la dishdasha azzurra e un infinito seguito di marmocchi a piedi scalzi. Si presentano agli uomini del gruppo, noi siamo in disparte: qui non si usa dare la mano alla donna o rivolgerle un minimo sguardo. Ci separiamo del tutto quando a noi fanno entrare in un cortiletto e poi in una stanza - il majlis - dove ci accolgono donne e bambine. I primi minuti sono imbarazzanti: le bambine ci guardano curiose, parlano tra loro e con le madri e poi tutte a ridere di non si sa cosa. Queste sono le prime donne che vedo senza la abaya. Indossano splendidi abiti colorati in tinta con l'hijab e anche le bambine hanno vestiti variopinti con pizzi e lustrini, mentre i baby maschi sono vestiti normalmente, alcuni con una mini dishdasha altri con maglietta e pantaloncini. 
Finalmente riusciamo a scambiare qualche parola con una delle donne ma dopo poco arrivano le vettovagliee io mi distraggo: vassoi di arance, mele, banane, ciotole di datteri freschi appena raccolti (mai visti prima!), caffè omanita e pezzi di torta. La signora anziana che detta legge nel gruppo è la matriarca, madre di Mahmood. Ha un'aria severa ma affettuosa infatti si premura di sbucciare e tagliare la frutta per noi. Dopo un po' si allontana e torna con una grossa pentola di metallo in testa, urla a una bambina di portare i piatti e inizia a servirci in minuscoli piattini metallici una specie di porridge: si chiama "dajaj harris", è uno dei piatti tradizionali omaniti ed è a base di pollo sfilacciato e credo grano o avena. 
La matriarca non mangia, ci osserva, controlla i bambini e di tanto in tanto ne prende uno e se lo coccola. Io riprendo a parlare con la ragazza che scopro essere la moglie di Mahmood. A 31 anni ha già partorito sei volte e sette anni fa a dovuto "subire l'affronto" (opinione mia) di dover dividere il marito con un'altra donna, che vive in un'altra casa e che ha i suoi figli (e di Mahmood). Badriyya - la prima moglie - ci dice che ancora oggi è triste anche perché ora il buon ometto può stare con lei un giorno sì e un giorno no. 
Il giorno dopo a scuola abbiamo 5 minuti a testa per parlare di quello che vogliamo e allora racconto a Yusuf del giorno precedente e delle chiacchiere con Badriyya e gli espongo le mie perplessità: secondo il Corano, un uomo può prendere fino a quattro mogli, a patto che possa mantenere loro e i figli, che siano trattate allo stesso modo e che la presenza di un'altra moglie non crei disagio a nessuno. Ora, il nostro amico Mahmood tanto per cominciare non tratta le mogli nello stesso modo perché ci ha presentati solo alla prima moglie e non alla seconda, inoltre è chiaro che Badriyya stia soffrendo quindi mi chiedo se sia giusto imporre un trattamento simile a una persona che dici di amare. 
Finito il mio monologo ed espresso il pensiero, Yusuf ci racconta della sua famiglia e di suo padre che ha due mogli e la bellezza di 19 figli. Abu Yusuf alla modesta età di 70 anni è riuscito ancora poco tempo fa a procreare, per cui il nostro insegnante - che è sulla quarantina - ha il fratello più piccolo dell'età di 5 anni. 
Sono perplessa. 
 
Per mettere qualche foto, vi mostro la nostra residenza: Palazzo Ooredoo.
 

E l'appartamento numero 2, il mio:




Cecilia