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giovedì 27 agosto 2015

Latakia 5 anni dopo

Ebbene si, è successo di nuovo. Le modalità sono state un po' diverse, ma la seccatura posso garantire che è stata la stessa, se non più grande. Partiamo dal principio. 

Giorno 15 (20/8/15), siamo ufficialmente a metà del nostro percorso omanita e subito dopo pranzo partiamo con gli altri studenti alla volta delle Wahiba Sands, il deserto rosso che si trova a est, nella zona denominata al-Sharqiyya. 

A scuola in attesa di partire

Facciamo una visita al bellissimo castello di Jibrin che si trova sulla strada, e dopo una breve chiacchierata col custode, ripartiamo. Dopo due ore di macchina, del deserto non c'è traccia, continuiamo a vedere piccoli agglomerati di case qua e là, desolati coffee shop o improbabili hypermarket, ma alla fine ecco che Mahmood svolta sinistra. C'è sabbia. È un inizio anche se intorno a noi non c'è proprio quello che definirei un deserto nel senso stretto del termine. Parcheggiato il nostro pulmino, ci carichiamo di zaini, cuscini e acqua e ci dirigiamo a piedi verso il campo base, appena dietro una breve salita. 


Quello che compare ai nostri occhi è finalmente quello che aspettavo: una grossa tenda centrale funge da sala da pranzo e majlis (dove ci si siede e si chiacchiera), ai lati, capanne e piccole tende, dietro...il deserto. 


Anche se ce lo sconsigliano ci togliamo tutti le scarpe per sentire bene sotto i piedi questa polvere rossa finissima e morbida (e calda). è quasi il tramonto quindi ci dividiamo in fretta le capanne, posiamo le borse, tiro fuori la mia Canon e usciamo immediatamente. In quel lasso di tempo il sole è riuscito a raggiungere l'orizzonte e abbiamo pochi minuti per scattare qualche foto prima che sopraggiunga il buio. 
Col sole che se ne va, oltre alle tenebre arriva anche il vento, che ci fa compagnia per il resto della serata. Il buffet della cena prevede dunque baked beans e riso (immancabili in questa parte del mondo), patate fritte, pollo, stufato di cammello, insalata, il tutto servito con una bella spolverata di sabbia. finita la cena, rimaniamo un po' rannicchiati contro le tende del majlis cercando di evitare il più possibile la sabbia negli occhi e in bocca, ma stanchi e assonnati decidiamo di ritirarci. La tenda centrale separa la sezione maschile delle capanne da quella delle donne, quindi saluto Saxon e Thor e me ne vado nella mia direzione. Ogni capanna ha un piccolo recinto di canne di bambù e foglie di palma, dentro è divisa in due stanze con 4 letti e fuori c'è una rete matrimoniale per dormire sotto le stelle. Abbiamo una lampadina e un enorme ventilatore rumorosissimo. Tra l'ansia di ritrovarmi uno scorpione nel letto, il fischiare continuo del ventilatore e la sabbia che mi entra dalla finestra, non dormo molto, e così credo anche le mie compagne che al mattino trovo sistemate in questo modo: 


Vista dalla mia finestra

Al mattino l'appuntamento con gli altri è alle 7 per fare colazione e poco dopo arrivano due bolidi su quattro ruote guidati da due uomini che sembrano nati dalle sabbie del deserto. Il programma è fare un giro sulle dune coi suv, ma non un giro qualsiasi: si fa alla maniera omanita. Salti, vuoti d'aria, discese improvvise, curve improbabili sull'orlo delle dune, urla di eccitazione e paura al tempo stesso. Per fortuna il tutto non dura molto, forse mezz'ora anche se sembra di più. Torniamo al campo base e ci trasferiamo sul nostro fidato pulmino: ci spostiamo a Nizwa. E qui inizia la breve storia che da il titolo a questo post. 
Durante il tragitto deserto-Nizwa chiudo gli occhi nella vana speranza di addormentarmi. Una serie di dossi mi fa capire che stiamo entrando in città quindi apro gli occhi, mi guardo attorno seccata perché Thor non ha ancora smesso di parlare e mi accorgo di provare una strana sensazione: meno male che ho con me l'infallibile Neutrose San Pellegrino. Scendiamo dal pulmino, facciamo due passi e..."Cece che succede?" "Thor troviamo il bagno, non sto bene". Abbandoniamo Saxon che è troppo preso dai dolci di datteri e ci mettiamo a girare attorno al suq in cerca della maledetta toilette. Non sto a dilungarmi su quanto accaduto in quelle quattro mura, ma per chi ne fosse al corrente sappiate che bene o male è successo quello che mi rovinò il week end a Latakia cinque anni fa. Questa volta a tenermi la testa c'è Thor, mi sono impegnata a non svenire perché il pavimento fa troppo ribrezzo e la novità è che c'è un vecchio squinternato che cerca disperatamente di entrare nel bagno delle donne che sto occupando. E ci prova una, due volte alla terza gli urlo da dentro di andarsene, con tutto il fiato che ho in gola cercando di simulare una voce il più possibile minacciosa e terrificante. E forse funziona perché il vecchio pazzo puzzone finalmente sparisce, lui e la sua fedele cariola. 
Credo siano passate due ore e compaiono gli altri nostri compagni di viaggio. Yusuf e Mahmood vogliono portarmi alla clinic - forse il mio stato è peggio di quanto pensassi - ma mi oppongo strenuamente anche se in tutto quel macello la mia mente malata aveva deciso che un orrido insetto mi avesse punto e che ero lì lì per andare all'altro mondo. Mi riprendo, mi rendo conto che nessuno mi ha punto, è solo il mio stomaco che si è molto risentito per la mattinata in macchina. Mi caricano sul pulmino, sento Yusuf che parla col capo della scuola Sultan e gli da delle indicazioni stradali: "andiamo dalla sorella di Mahmood, quando vedi una strada sterrata gira a destra e poi più avanti vedrai il pulmino". La meravigliosa disponibilità degli arabi si fa vedere anche questa volta: la sorella di Mahmood mi manda un cuscino morbidissimo su cui accoccolarmi e un bicchiere di acqua tiepida con dei limoni e zucchero. Mentre abbraccio il meraviglioso cuscino, arriva la frutta col caffè (in Oman i pasti iniziano così) e poco dopo anche Sultan. Gli altri si fiondano sul cibo, io mi limito a un dattero e alla mia acqua limonata poi per fortuna Sultan mi guarda e mi chiede se voglio andare alla clinic, "no vorrei solo andare a casa mia". 
Arriviamo a Ibri verso le 5, Thor rimane da me per controllare che stia bene. Sto decisamente meglio, in macchina con Sultan abbiamo parlato, riso e scherzato in arabo quindi anche il mio cervello si è rimesso. Sono felice, stanchissima ma felice, sono pronta ad abbioccarmi davanti al film che stiamo guardando quando a un tratto.....


Non si vede molto bene ma quello lì contro il muro è Ugo, un geco che ha pensato bene di approfittare della mia assenza per intrufolarsi in casa. Ci sono volute 4 persone per convincere Ugo a smettere di correre su e giù per tutti i muri dell'appartamento e tornare a casa sua. La giornata è davvero conclusa ora, salto cena e mi godo un meritato riposo.

Sabato mattina mi sveglio presto, tutto sommato in forma anche se ho l'impressione che il mio stomaco abbia ancora i nervi. Nel pomeriggio decidiamo di andare tutti al Wadi Dam, una delle solite pozze d'acqua limpida che compaiono qua e là in tutto l'Oman. Dopo un rapido pranzo leggero ci prepariamo: costume, asciugamano, crema solare, carte da gioco. Prima di dirigerci verso il Wadi, facciamo tappa da Lulu per comprare il necessario per fare il barbecue perché non è un vero sabato omanita se non si fa una grigliata all'aperto. Purtroppo più ci avviciniamo al Wadi più il cielo si copre di nuvole e da lì a poco ci coglie la pioggia: ma sha' allah come dicono qui. La pioggia di per sé non è un problema, qui l'adorano e sono tutti eccitati quando vengono giù due gocce e in effetti rinfresca molto l'aria tanto che risulta davvero piacevole starci sotto. Le difficoltà sorgono quando ci si trova nei pressi dei Wadi che si riempiono subito d'acqua ed esondano, bloccando le strade con fango e pietre. Così siamo costretti a rientrare e a spostare la grigliata su uno dei nostri miseri balconcini.

Bloccati dall'acqua

Spiedini di  pollo, spezzatino di cammello e cipolle

E con questa specie di merenda sinoira chiudiamo un'altra giornata e ci prepariamo per la settimana...

Cecilia

venerdì 14 agosto 2015

Sayyed Salvador e Shish

11/08/2015
 
"E tu come ti chiami?" "Cecilia" "Puoi scriverlo alla lavagna?" "تشيتشيليا" "Ah! I nomi italiani sono troppo lunghi!" "In Siria mi chiamavano Shish, come il pollo" "Allora sarai Shish".
Questo è stato il primo scambio di battute tra me e l'adorabile Latifah. 
Il mio nome sarà stato troppo lungo, quello di Thor invece andava più che bene, addirittura ogni volta che si rivolge a lui lo chiama "Sayyed" che sarebbe come il nostro "signore". Sayyed Salvador.
 
Sayyed Salvador all'opera.
Latifah è adorabile, piccolina, con la "abaya" lunga e nera che la fa sembrare ancora più minuta. Ha due grandi occhi scuri incorniciati dal kajal che diventano spicchi di luna quando sorride. Applaude sempre quando finiamo di parlare o leggere o se rispondiamo a una domanda - bene o male, non importa, basta che parliamo - e ogni giorno ci porta un dolcino o una caramella o una mini bibita. 
 
I regali di Latifah.
 
Al gruppo iniziale si è aggiunto un nuovo arrivato, Bruce, così ora siamo in 9 in tutto e il pullmino per la scuola è pieno. 
Oggi ci hanno portato in visita al famoso Lulu, la più grande catena di supermercati che c'è da queste parti. Ci porta l'autista della scuola perché il posto è fuori città e non ci sono taxi per tornare indietro. Andare da Lulu per me è un po' come entrare in una specie di paese delle meraviglie e mi crea problemi trovare tutto il necessario per la settimana in soli venti minuti: qui vendono di tutto e finisco sempre per incantarmi davanti allo scaffale delle spezie o del riso, dei dolci  o dei formaggi. Purtroppo è caro, quindi possiamo permetterci solo le sottomarche dei prodotti più sgalfi, ma oggi abbiamo deciso di farci un piccolo regalino...
 
180gr di felicità.
Kurn fliks, i fiocchi del Sultano.
12/08/2015
 
Torniamo stravolti dalla gita in montagna che abbiamo fatto con la scuola. Sultan, Omar e Yusuf ci hanno portati a vedere il sole tramontare da un monte appena fuori la città, nella zona periferica dove sorgeva la vecchia Ibri. Per arrivare in cima si deve attraversare un quartiere abbandonato, dove le case di fango mezze distrutte si susseguono sulle pendici del monte.
 


 
Una volta superate, la salita si complica, ma siamo ripagati dai tantissimi fossili che si trovano per strada (persino dei nautilus integri).
Il panorama è mozzafiato: si vede tutta la città ma anche le montagne che la circondano e il deserto che si estende tutt'attorno. Qua e là chiazze verdi stanno a indicare la presenza di oasi o di qualche ricco omanita che può permettersi di avere abbastanza acqua da annaffiare delle piante.
Piccola preview salendo.
Non possiamo fermarci a vedere il sole nascondersi dietro le montagne perché il buio qui sopraggiunge immediatamente, quindi iniziamo a scendere, ignari di quel che avremmo fatto da lì a poco...
In pianura ci aspetta Mahmood, un ometto piccolino, tarchiatello, con la dishdasha azzurra e un infinito seguito di marmocchi a piedi scalzi. Si presentano agli uomini del gruppo, noi siamo in disparte: qui non si usa dare la mano alla donna o rivolgerle un minimo sguardo. Ci separiamo del tutto quando a noi fanno entrare in un cortiletto e poi in una stanza - il majlis - dove ci accolgono donne e bambine. I primi minuti sono imbarazzanti: le bambine ci guardano curiose, parlano tra loro e con le madri e poi tutte a ridere di non si sa cosa. Queste sono le prime donne che vedo senza la abaya. Indossano splendidi abiti colorati in tinta con l'hijab e anche le bambine hanno vestiti variopinti con pizzi e lustrini, mentre i baby maschi sono vestiti normalmente, alcuni con una mini dishdasha altri con maglietta e pantaloncini. 
Finalmente riusciamo a scambiare qualche parola con una delle donne ma dopo poco arrivano le vettovagliee io mi distraggo: vassoi di arance, mele, banane, ciotole di datteri freschi appena raccolti (mai visti prima!), caffè omanita e pezzi di torta. La signora anziana che detta legge nel gruppo è la matriarca, madre di Mahmood. Ha un'aria severa ma affettuosa infatti si premura di sbucciare e tagliare la frutta per noi. Dopo un po' si allontana e torna con una grossa pentola di metallo in testa, urla a una bambina di portare i piatti e inizia a servirci in minuscoli piattini metallici una specie di porridge: si chiama "dajaj harris", è uno dei piatti tradizionali omaniti ed è a base di pollo sfilacciato e credo grano o avena. 
La matriarca non mangia, ci osserva, controlla i bambini e di tanto in tanto ne prende uno e se lo coccola. Io riprendo a parlare con la ragazza che scopro essere la moglie di Mahmood. A 31 anni ha già partorito sei volte e sette anni fa a dovuto "subire l'affronto" (opinione mia) di dover dividere il marito con un'altra donna, che vive in un'altra casa e che ha i suoi figli (e di Mahmood). Badriyya - la prima moglie - ci dice che ancora oggi è triste anche perché ora il buon ometto può stare con lei un giorno sì e un giorno no. 
Il giorno dopo a scuola abbiamo 5 minuti a testa per parlare di quello che vogliamo e allora racconto a Yusuf del giorno precedente e delle chiacchiere con Badriyya e gli espongo le mie perplessità: secondo il Corano, un uomo può prendere fino a quattro mogli, a patto che possa mantenere loro e i figli, che siano trattate allo stesso modo e che la presenza di un'altra moglie non crei disagio a nessuno. Ora, il nostro amico Mahmood tanto per cominciare non tratta le mogli nello stesso modo perché ci ha presentati solo alla prima moglie e non alla seconda, inoltre è chiaro che Badriyya stia soffrendo quindi mi chiedo se sia giusto imporre un trattamento simile a una persona che dici di amare. 
Finito il mio monologo ed espresso il pensiero, Yusuf ci racconta della sua famiglia e di suo padre che ha due mogli e la bellezza di 19 figli. Abu Yusuf alla modesta età di 70 anni è riuscito ancora poco tempo fa a procreare, per cui il nostro insegnante - che è sulla quarantina - ha il fratello più piccolo dell'età di 5 anni. 
Sono perplessa. 
 
Per mettere qualche foto, vi mostro la nostra residenza: Palazzo Ooredoo.
 

E l'appartamento numero 2, il mio:




Cecilia